Descrizione di carattere storico artistico relativa all’oggetto
Descrizione dell'opera e cenni storici
Descrizione. La tela centinata raffigurante l'Ultima Cena è stata osservata sia durante il disallestimento dal convento di Santa Maria delle Grazie di Varallo, sia presso i laboratori del Centro Conservazione e Restauro, dove è giunta dopo la movimentazione del 20 dicembre 2023. In origine era nel refettorio, poi fu spostata nel corridoio della scala; la sagoma del telaio corrisponde alla porta del refettorio, oggi murata.
Il telaio, apparentemente originale, è fisso e in legno di noce, con incastri a mezzo legno e chiodi passanti ribattuti. Si compone di una parte inferiore trapezoidale, con due traverse a crociera, e di una superiore centinata, con due traverse verticali. Le due parti sono collegate da ganci e occhielli metallici, che permettono di chiudere il telaio "a libro" per spostare l'opera senza staccare la tela.
Il supporto è in fibra vegetale, presumibilmente lino, ed è formato da sei pezze unite da cinque cuciture a sopraggitto (quattro orizzontali, una verticale). L'armatura è a tela, con 20 trame per 20 orditi per cm² e torsione a "S". La preparazione è una mestica bruno chiaro, molto sottile. Gli incarnati sono eseguiti a velature sovrapposte, mentre vegetazione e punti luce hanno stesure più corpose. Lo strato protettivo è ossidato e ingiallito, sottile e disomogeneo, con opacizzazioni dovute alla penetrazione nella stratigrafia. La cornice, in conifera e composta da undici elementi a tenone e mortasa, non è originale: ha una decorazione nera presumibilmente acrilica ed era fissata al dipinto con viti a taglio passanti attraverso tutta la stratigrafia.
Cenni storici. L'opera è stata di recente riesaminata in occasione della mostra su Gaudenzio Ferrari del 2018. La prima citazione risale al 1810; si ipotizza la committenza dei frati Riformati di Varallo, subentrati agli Osservanti nel 1603. Un restauro del 1884, di Francesco Burlazzi, è documentato, insieme a una nuova cornice della Scuola Barolo, in vista dell'Esposizione valsesiana del 1885. Il dipinto rimase poi alla Pinacoteca fino al 1926 e tornò alle Grazie nel 1927. A fine Ottocento una forte vernice, forse legata all'intervento Burlazzi, ne impediva la fotografia.
La tradizionale attribuzione al Moncalvo o a una delle figlie, diffusa localmente nel Novecento, è oggi superata ma utile a datare l'opera all'inizio del Seicento. Agosti, riprendendo Romano, la definisce copia dell'epoca e dell'ambiente del Morazzone. L'iconografia deriva dall'Ultima Cena di Luini (1529, Lugano), probabilmente anche per la lunetta con Cristo nell'orto. Giuda è ripreso dal dottore della Disputa di Gesù al Tempio di Gaudenzio (1507, cappella Scarognino), mentre alcuni Apostoli rimandano al Gaudenzio maturo. La qualità complessiva è disomogenea, con brani felici come le nature morte sulla tavola.
Informazioni sullo stato della conservazione
Stato di conservazione e interventi precedenti
Lo stato complessivo dell'opera è cattivo: il degrado interessa la struttura di sostegno, il supporto tessile e gli strati pittorici.
Telaio. Presenta consistenti depositi di particellato atmosferico, soprattutto sui regoli orizzontali, e un esteso attacco entomatico, con fori di sfarfallamento diffusi su regoli, traverse e crociere. Dove i fori sono più concentrati si notano lacune lignee di media entità; sono inoltre presenti fenditure parallele alle fibre. Sul regolo superiore della centina si vedono colature biancastre, probabilmente pittura murale usata per imbiancare la parete di collocazione. All'angolo inferiore sinistro è visibile un restauro precedente: un cantonale di rinforzo in conifera fissato con vite a taglio, reso necessario dal taglio e dalla riduzione del regolo verticale in corrispondenza dell'incastro. I vincoli metallici permettono di datarlo tra fine Ottocento e prima metà del Novecento. Nel complesso il telaio non garantisce più tensione e planarità corrette della tela.
Supporto tessile. Sulla tela e sul film pittorico sono impressi i segni di una traversa della parte centinata e di alcune toppe. Sulla superficie sono presenti diverse toppe, in parte piccole, applicate verosimilmente per risarcire lacerazioni, e una di grande formato, fissata con un adesivo presumibilmente di origine animale (tracce di colla fuoriuscite sul tessuto originale). Quest'ultima fu forse una foderatura parziale, poiché corrisponde a un'ampia stuccatura con integrazione pittorica visibile sul recto.
Strati pittorici. La preparazione mostra difetti di adesione, soprattutto vicino alle lacune e in modo più marcato nella porzione tra la figura di Giuda e il bordo sagomato. Lungo i bordi e sopra i volti, in corrispondenza della giunzione dei due telai, vi sono numerose lacune di media entità, probabilmente dovute alle operazioni di chiusura del telaio. Su tutta la superficie sono diffusi stuccature e ritocchi su tonalità brune.
Altre alterazioni. Sotto la scritta "PATIAR" ci sono gocciolature scure di sostanza non identificata; sotto il panchetto di Pietro un'altra gocciolatura, rosata e in rilievo. Lungo i bordi, dove stava la cornice, restano tracce nere del colore steso su di essa. Infine, il protettivo, riferibile a un intervento precedente, è stato applicato con il dipinto in verticale, come mostrano le colature sotto la scritta "VOBISCUM".
Informazioni sulla fruizione e orari di apertura
L'opera è custodita in Palazzo dei Musei ed è fruibile, nell'ambito del percorso museale della Pinacoteca, nei seguenti giorni e orari:
- Da martedì a venerdì: 14.30-18.00 (ultimo ingresso ore 17.00)
- Sabato e domenica: 10.30-12.30; 14.30-18.00 (ultimo ingresso ore 17.00)
- Lunedì chiuso

